Il peso dei debiti sul futuro dei Paesi – Alessandro Lubello

Gli Stati Uniti sono ancora una volta alle prese con il rischio di fermare, la chiusura parziale delle attività della pubblica amministrazione che si verifica quando il Congresso respinge le proposte di spesa pubblica per le quali è richiesto il suo consenso. Questa non è, tuttavia, la principale minaccia per l’economia americana, afferma l’economista. Il lockdown, evitato all’ultimo momento il 30 settembre grazie a un accordo tra repubblicani e democratici, riguarderebbe il 25 per cento della spesa pubblica, dato che non toccherebbe la vasta categoria delle spese obbligatorie, come pensioni e sanità.

Sarebbe meglio, però, guardare più attentamente a ciò che sta succedendo ai buoni del Tesoro americani con scadenza a dieci anni, il cui tasso di interesse è salito al 4,7%, il più alto dal 2007. Il rialzo è in corso dalla primavera. Non esiste un unico motivo che spieghi la svolta: uno dei principali potrebbe essere che tutto è iniziato quando gli investitori si sono convinti che il costo del denaro, aumentato dalla Federal Reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) per rallentare al ribasso l’inflazione sarebbe rimasta più elevata per molto tempo.

Sedici anni fa, tuttavia, il rapporto debito/PIL degli Stati Uniti era del 35%, mentre oggi è del 98%. A questo va aggiunto un deficit pari al 7% del Pil. “L’aumento dei tassi fa sì che il costo del debito pesi quasi tre volte di più sul bilancio pubblico”. E significa anche, Aggiunge il Financial Times, la svalutazione di numerosi titoli di Stato detenuti dalle banche. Un fenomeno simile a quello che ha provocato la fatale crisi di liquidità della Silicon Valley Bank la primavera scorsa.

Nei prossimi anni il conto per le finanze della Casa Bianca potrebbe aumentare ulteriormente. Le stime più recenti sostengono che nel 2023 il governo federale spenderà il 2,5% del Pil in interessi sul debito pubblico, il doppio rispetto a dieci anni fa. Nel 2030 potrebbe raggiungere il 3,2%, più di quanto Washington stanzia per la difesa. Inoltre, queste stime, precisa l’Economist, sono state fatte quando i tassi non erano ancora saliti: ipotizzano infatti interessi sui buoni del Tesoro decennali stabili al di sotto del 4%.

La soluzione ideale per evitare di gravare sul bilancio sarebbe quella di controllare la spesa. Ma i democratici, ora al governo, non sembrano disposti a rallentare i loro progetti di investimento, continua il settimanale britannico. E nemmeno i repubblicani, che criticano anche gli avversari invocando maggiore austerità: difficilmente, ad esempio, accetteranno di non rinnovare i tagli fiscali decisi da Donald Trump nel 2017 quando scadranno tra due anni. Se la politica americana, conclude l’Economist, continuerà ad agire come se deficit e interessi non fossero importanti, prima o poi la realtà li costringerà a scegliere tra un’austerità pesante e prolungata o la necessità di forzare la mano alla Fed per ridurre il costo del denaro. “A quel punto la chiusura sarebbe un problema trascurabile”.

A maggio, dopo una delle ripetute crisi causate dal rischio di chiusura, l’investitore Warren Buffett dichiarò lapidariamente: “Non ho ancora visto il momento in cui avrà senso scommettere a lungo termine contro gli Stati Uniti”. Difficile infatti pensare che la Casa Bianca non possa ripagare i debiti contratti in dollari, a meno che il Congresso non glielo impedisca.

In Europa
Lo stesso però non si può dire per l’Europa e in particolare per i suoi Paesi più indebitati, tra cui l’Italia. Anche nel vecchio continente i tassi sui titoli di Stato decennali sono in rialzo preoccupante. Quelli italiani sono sulla soglia del 5 per cento, sui livelli del 2011, quando il Paese dovette affrontare una grave crisi debitoria che portò alle dimissioni del governo guidato da Silvio Berlusconi e alla nomina del dirigente tecnico di Mario Monti. A settembre il governo ha finalizzato la nota di aggiornamento del documento economico-finanziario (Nadef), base per la prossima manovra di bilancio, nella quale si prevede un peggioramento del deficit sia per il 2023 (dal 4,5 al 5,3 per cento del Pil) sia per il 2023. per il prossimo anno (dal 3,7 al 4,3 per cento), e un rapporto tra debito pubblico e Pil stabilmente intorno al 140 per cento.

Anche lì La Francia è in difficoltà (i tassi sui titoli di Stato decennali sono al 3,5%, il valore più alto dal 2011), soprattutto dopo che l’Haut conseil des finances publiques (HCFP), la Corte dei conti, ha criticato il governo di Parigi per non aver tagliato abbastanza la spesa pubblica , rischiando di infrangere le regole di bilancio dell’Unione Europea nel 2024, quando il Patto di Stabilità e Crescita, sospeso nel 2020 a seguito della pandemia, dovrebbe tornare in vigore.

La situazione italiana sembra essere la più difficile, visto tra l’altro il comportamento della sua classe politica, che da anni promette ingenti spese per ragioni elettorali, contando sulla possibilità di continuare a indebitarsi senza problemi e a tassi bassi. C’entrano gli aumenti del costo del denaro voluti dalla Banca Centrale Europea (BCE) e la sfiducia di chi presta soldi sui mercati finanziari, oltre al fatto che l’economia potrebbe rallentare, riducendo le entrate statali.

Nel governo c’è chi confida nell’intervento della Bce qualora i tassi dovessero salire alle stelle: nel 2022 l’istituto si dichiarò pronto in questo caso ad acquistare il debito di un Paese per preservarne le basi economiche. Ma Roma, sottolinea l’Economist, ignora o dimentica che la Bce non sosterrà politiche di bilancio irresponsabili, anche perché il suo eventuale intervento sarebbe condizionato al rispetto di precise misure di risanamento. Una cosa è certa, aggiunge: la realtà sta per presentare il conto alla politica italiana. Resta da vedere quali drammi nasceranno da tutto questo.

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