Il rilancio della Cina e il dialogo con gli Usa

Molte cose sono cambiate a Pechino dopo le crescenti tensioni internazionali e i lunghi anni di Covid. Ciò che emerge, a sorpresa, è quanto sia diminuito il numero di operatori e turisti stranieri, mentre i colloqui con esperti politici, accademici e operatori economici descrivono un futuro problematico e si concentrano sulla necessità di cambiamenti fino ad ora inesistenti. fatto parte dell’agenda cinese.

I dati dell’ultimo trimestre hanno dato un temporaneo sollievo a queste preoccupazioni facendo segnare una crescita vicina al 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso che fu, però, un anno molto triste. Il che dimostra quanto sia difficile avvicinarsi ai grandi ritmi di sviluppo della Cina pre-Covid. Questo in un Paese che, nonostante gli incredibili progressi di oltre quarant’anni di sviluppo senza precedenti, si colloca ancora al di sotto del settantesimo posto nel mondo in termini di livello di reddito pro capite e che ha quindi la possibilità di avere per sé molti anni di crescita sostenuta.

Tuttavia non sono poche le domande che, negli scambi di opinione sopra elencati, vengono poste su se e come questa nuova fase di sviluppo potrà concretizzarsi. La prima e più sentita preoccupazione riguarda la disoccupazione giovanile, un problema mai immaginato prima in Cina e che ormai colpisce non solo le professioni più modeste, ma ha raggiunto anche laureati e dipendenti di aziende ad alta tecnologia. Un problema talmente grave che, a partire da giugno, il governo ha smesso di comunicare dati ufficiali.

Disoccupazione che, soprattutto nel settore privato, ha causato anche notevoli diminuzioni salariali che hanno ulteriormente aggravato il problema economico più complicato della Cina, ovvero l’insufficienza della domanda interna rispetto alla capacità produttiva delle imprese. Non che la Cina abbia perso la sua tradizionale forza sui mercati esteri. La sua bilancia commerciale è ancora attiva ma, nel nuovo difficile contesto internazionale, le esportazioni non possono certo supplire alla debolezza di un mercato interno che non cresce a ritmi sufficienti.

A ciò si aggiunge il disagio di molti imprenditori a seguito di una serie di decisioni governative che, volte a controllare il processo di corruzione e l’eccessiva concentrazione del potere, stanno determinando un progressivo aumento del controllo politico sull’economia. L’intervento del governo contro Alibaba e numerose altre aziende ha sollevato la questione se in futuro il controllo diretto della politica sull’economia si espanderà ulteriormente, così da cambiare la natura stessa dell’economia di mercato.
Tutto ciò si sta traducendo in un crollo degli investimenti americani ed europei che ancora non possono essere sostituiti dai consistenti investimenti provenienti da altri paesi. Ancora più preoccupante, a fronte di questa situazione di incertezza, è l’esodo dalla Cina di numerosi operatori nazionali ed esteri.

Non c’è quindi da stupirsi che, finora, i mercati finanziari abbiano reagito negativamente, con cali diffusi e consistenti.

Di fronte a questi cambiamenti così radicali e assolutamente nuovi per la Cina moderna, pur già sperimentati da molti paesi, le autorità politiche prendono atto di queste preoccupazioni, ma reagiscono comunque in modo molto cauto, limitandosi a dichiarare che la situazione internazionale è sempre più complesso, che la domanda interna aumenterà e che sarà necessario tempo per consolidare la crescita. Un compito non facile: i grandi investimenti del passato in edilizia non sono più possibili perché i volumi invenduti hanno raggiunto dimensioni critiche e il calo dei prezzi delle nuove costruzioni appare inarrestabile. Non è nemmeno possibile pensare ad un nuovo piano di investimenti nelle infrastrutture perché è già stato fatto quasi tutto e le finanze pubbliche sono sostanzialmente allo stremo, soprattutto a causa dei debiti delle Province.

Si è quindi creata, almeno temporaneamente, una spirale negativa in un Paese dove però il livello di sofisticazione produttiva e i progressi nei nuovi grandi settori, a cominciare dalle energie rinnovabili e dall’auto elettrica, appaiono straordinari e suscettibili di sviluppo. Un Paese in cui c’è un’enorme liquidità che, data l’incertezza, non viene spesa né dalle famiglie né dalle imprese e che la politica del governo potrà rimettere in gioco solo riconquistando la fiducia di imprese e famiglie. Siamo certamente consapevoli che prendere atto delle nuove realtà e adattare ad esse il cambiamento della politica non è un’operazione banale, soprattutto in un Paese delle dimensioni e dell’importanza della Cina. Certo è che a Pechino, anche per la novità della situazione e la cautela del governo, si respira un clima sospeso tra preoccupazione e attesa del nuovo da cui dipenderanno alcune fondamentali decisioni di politica estera e di politica interna.

Per quanto riguarda la politica interna, le priorità sono due. Il primo è il necessario aumento dei consumi, anche con una nuova politica nei confronti dei giovani e con un ulteriore sforzo negli investimenti in alta tecnologia e ambiente. La seconda riguarda la necessità che il livello di controllo politico sulla vita dell’economia e delle imprese diminuisca, lasciandosi alle spalle il Covid.

Dal punto di vista della politica estera, ridurre le tensioni con gli Stati Uniti diventa sempre più essenziale. Gli incontri e i colloqui tra i rappresentanti politici dei due Paesi si sono già moltiplicati e si stanno moltiplicando ulteriormente negli ultimi giorni, ma non hanno ancora raggiunto il livello presidenziale. Ci auguriamo che arrivino presto perché non solo gli Stati Uniti e la Cina ne hanno bisogno, ma ne abbiamo tutti bisogno.

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